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martedì 26 aprile 2022

Istamina: istruzioni per l'uso


L'istamina è una delle amine biogene derivate dalla decarbossilazione (perdita di un gruppo carbossilico -COOH) degli aminoacidi, così come triptamina, catecolamine, serotonina ecc. In particolare l'istamina deriva dall'aminoacido istidina.





Agisce così su diversi tipi di recettori (dovrebbero essere 4, se nel mentre non ne scoprono altri) e la loro manipolazione può avvenire con diversi tipi di farmaci specifici, a seconda dell'effetto ricercato.


https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC8469513/



L'istamina ha diverse funzioni nel corpo, tra cui stimolare la secrezione acida gastrica, l'infiammazione, la contrazione delle cellule muscolari lisce, la vasodilatazione e la produzione di citochine, modulazione di appetito e sonno. Immagazzinata in granuli nei basofili e nei mastociti, media alcune funzioni immunitarie, come l'allergia.

https://www.pinterest.es/pin/375628425157285379/


Funziona da neurotrasmettitore in alcuni tipi di sinapsi, i collegamenti tra neuroni.

La sintesi di istamina tramite decarbossilazione può avvenire al bisogno (tramite l'enzima decarbossilasi) o in modo naturale per "invecchiamento", come capita nei cibi non freschi ad opera degli enzimi batterici.
Circa 60 anni fa si ebbero i primi casi della cosiddetta sindrome sgombroide, dovuta all'ingestione di pesce non fresco, con sintomi simil-allergici.
La condizione è ora nota come intossicazione da istamina, intolleranza all'istamina, sensibilità all'istamina, istaminosi enterica o avvelenamento da istamina. Alcuni specialisti la chiamano anche "reazione avversa all'ingestione di istamina". La condizione può anche essere associata a una carenza enzimatica. L'incapacità di alcuni individui di metabolizzare l'istamina nell'intestino, con conseguente sensibilità a livelli di istamina normali o addirittura bassi nel cibo, provoca gli stessi problemi.



https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7463562/

In questo caso l'istamina riesce a raggiungere il sangue dall'intestino e provoca i suoi effetti. L'intolleranza all'istamina nasce infatti principalmente nell'intestino e può verificarsi quando si introduce istamina con la dieta, quando si hanno certi batteri che la producono e quando non si hanno livelli sufficienti di enzima che la degrada (diamminossidasi, DAO).

L'istamina viene infatti metabolizzata (degradata e quindi neutralizzata) da 2 enzimi, DAO e, in maniera inferiore, HMNT (che agisce all'interno delle cellule). Il primo ha necessità di rame; la carenza del metallo può così peggiorare la situazione, così come quella di vitamina C e B6.
Farmaci come antibiotici, antidepressivi, antiacidi, antiaritmici, antipertensivi, miorilassanti, narcotici, anestetici locali interferiscono con DAO. Gli antinfiammatori non steroidei (aspirina, ibuprofene ecc.) interferiscono col metabolismo dell'istamina riducendone la clearance.

Dal punto di vista farmacologico si può ricorrere ad antistaminici e cortisonici, oltre a eliminare i farmaci che possono esacerbare i sintomi, il tutto in accordo col medico.

I sintomi di un eccesso di istamina possono essere gastrointestinali aspecifici (compreso l'intestino irritabile che può essere concausato dall'istamina) o più specifici (vomito e diarrea, gonfiore, flatulenza, stitichezza, nausea), cutanei (rossore, eczema, prurito, ritenzione idrica, gonfiore), cardiaci (tachicardia, ipotensione, collasso), respiratori (rinorrea, congestione nasale, starnuti), neurologici (emicrania e vertigini).
La condizione può peggiorare nel periodo premestruale ed è associata a ciclo doloroso, mentre in gravidanza i livelli di DAO crescono enormemente grazie alla placenta.
La diagnosi può essere fatta con un'ingestione di istamina e osservazione dei sintomi, dopo dieta di esclusione, misurazione dell'attività di DAO e dell'istamina fecale o sierica o dei metaboliti urinari, prick test, ma in realtà l'intolleranza all'istamina per qualcuno non è un'entità nosologica definita.
La dieta a basso contenuto di istamina e la supplementazione con l'enzima possono ridurre i sintomi.

Dieta

I cibi che contengono o favoriscono il rilascio di istamina sono abbastanza definiti.
Quelli con maggiori quantità sono appunto quelli non freschi, soggetti a stagionatura o altri processi tecnologici (fermentazione).
Questo accade perché la decarbossilazione dell'istidina presente nel cibo che dà luogo all'istamina è provocata dai batteri oppure avviene naturalmente con il tempo senza necessità di enzimi.
Anche gli alimenti con glutine, a causa della lievitazione e del fatto che vengono consumati con pomodoro, possono creare problemi e ridurli può indirettamente migliorare i sintomi.
I sintomi intestinali sono correlati con l'istamina perché i mastociti, stimolati dal cibo infiammatorio, rilasciano la molecola, che regola il dolore e la sensibilità viscerale. Le vie sono stimolate dai cibi ricchi in istamina (alcolici come vino e birra, formaggi stagionati, alimenti in scatola) insieme a quelli che interagiscono con le IgG (e che portano a degranulazione dei mastociti).
Gli alimenti che devono essere evitati di solito sono formaggi a pasta dura e semidura, pesce azzurro e crostacei in qualsiasi forma, oltre a prodotti a base di carne fermentata cruda, verdure in salamoia, prodotti a base di soia fermentata, vino e birra, uova di gallina (soprattutto il bianco), cioccolato e funghi, ketchup e aceto. Carne e pesce possono essere consumati solo se freschi. Inoltre, dovrebbero essere evitate le verdure e la frutta che stimolano il rilascio di istamina endogena come spinaci, pomodori, agrumi, fragole, melanzane, avocado, papaya, banane, kiwi, ananas e prugne, arachidi.
Gli alcolici, gli energy drink, tè (verde e nero) e matè possono interferire con DAO e HMNT.

La fibra ha una certa importanza nel modulare i mastociti che rilasciano l'istamina endogena e così le malattie correlate (allergie, dermatite atopica, colite ulcerosa e Crohn).
 
Microbiota e probiotici

Il microbiota, com'è noto, ha forti influenze sulla salute e l'alimentazione è uno dei suoi maggiori modulatori. Il microbiota è un'importante fonte di amine che funzionano da neurotrasmettitori, influenzando tanti aspetti a partire dall'umore e può determinare anche un'"autointossicazione" per eccesso di istamina.
Alcuni batteri hanno capacità di degradare l'istamina, altri di produrla.
Le persone con intolleranza all'istamina sembrano avere più proteobatteri e meno bifidi. Sono inoltre presenti infiammazione e permeabilità intestinale, con riduzione dell'enzima DAO portando a un possibile circolo vizioso. Escherichia e Salmonella possono favorire il rilascio di istamina. In generale i lattobacilli possono produrre istamina e acido D-lattico, creando problemi. H. pylori, il batterio responsabile del tumore allo stomaco, induce il rilascio di istamina.

La candida può rilasciare istamina (e cortisolo) ed è così correlata con la sindrome dell'intestino irritabile.

Molte sostanze hanno effetto negativo sul microbiota e in questo modo possono facilitare l'insorgenza di intolleranza all'istamina. Tra di esse, molti farmaci (antibiotici ovviamente, antiacidi ecc.), metalli pesanti (mercurio, arsenico), pesticidi (che in alcuni casi si ritengono sicuri perché non colpiscono vie metaboliche dei mammiferi, ma quelle microbiche sì!), dolcificanti artificiali, il triclosan (usato nei saponi antibatterici), la nicotina (tabacco). Il danno avviene mediante alterazione dei metaboliti batterici e biliari, soprattutto SCFA, interferendo su umore, rischio cardiovascolare (TMAO), mediante perdita di specie batteriche utili (aumento del rischio di malattie intestinali) e mediante alterazione del bilancio energetico, favorendo l'aumento di peso. Per ripristinare il microbiota, ovviamente sono necessari dieta, probiotici e assenza, per quanto possibile, dei fattori negativi.


Tra i probiotici che
riescono a degradare l'istamina troviamo L. paracasei e L. rhamnosus GG, che così riducono la sua concentrazione. La loro azione può svolgersi anche riducendo permabilità intestinale, infiammazione e riducendo IgE o i recettori per l'istamina. Anche Bifidobacterium infantisBifidobacterium longumLactobacillus plantarum consumano istamina, mentre Lactobacillus reuteri ha un effetto dubbio. Invece L. bulgaricus e S. termophilus, i tipici batteri dello yogurt, producono istamina. Anche Lactobacillus caseidelbrueckii ed helveticus hanno questo effetto e vanno evitati come probiotici.
In uno studio un probiotico misto ha ridotto l'orticaria cronica in un gruppo di bambini, migliorando l'effetto degli antistaminici.
L'inulina, stimolando i bifidi, può migliorare il quadro dell'intolleranza all'istamina.


Integrazione con DAO

L'enzima DAO (diamminoossidasi) che degrada l'istamina può essere usato come supplemento in persone carenti. Questo integratore riduce l'istamina e i problemi collegati, come emicrania, vertigini, palpitazioni, sintomi gastrointestinali; riduce inoltre la durata dell'emicrania in persone con episodi non frequenti. Questo vale anche per l'orticaria cronica.

Altri integratori e fattori da considerare

Altri supplementi utilizzabili sono vitamina C, quercetina, bromelina, ortica, NAC (che però può anche inibire DAO). Altri flavonoidi come fisetina, kampferolo, rutina e luteolina e la berberina inibiscono il rilascio di istamina dai mastociti. Alcuni cibi potrebbero essere stabilizzatori dei mastociti.
Tra le spezie il basilico sacro (tulsi), menta piperita, timo, zenzero, curcuma, cumino nero, ortica.
L'alterazione dei mastociti può anche derivare dalla presenza di metalli pesanti, disbiosi o infezioni di batteri, virus, parassiti, vermi o funghi (candida), carenza di zinco e/o magnesio.

La vitamina D può essere utile nell'orticaria spontanea cronica, senza effetti collaterali.

Anche altri elementi, allergizzanti o meno, possono concorrere al rilascio di istamina in persone predisposte. Composti volatili (vernici, idrocarburi), muffe e altre biotossine, lectine (elementi di vegetali di patate, pomodori, legumi, cereali), infezioni latenti, ormoni come leptina, bradichinina e grelina, stress (il CRH attiva i mastociti), fluoro.



lunedì 21 febbraio 2022

ADHD: zuccheri, grassi e altro da sapere

 

Da tempo si parla di un legame tra zucchero e comportamento alterato nei bambini. E da tempo lo si spaccia per un mito. Ma ricerche recenti dimostrano che non è così.

Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è uno dei disturbi mentali cronici più comuni tra i bambini, e la sua prevalenza è stata stimata al 7,2% nel 2015, apparendo crescente negli ultimi anni. 

I bambini con ADHD hanno problemi nell'apprendimento, tendenza a depressione, ansia e problemi sociali; possono manifestare comportamento antisociale, di dipendenza e obesità in età adulta. Fattori genetici, ambientali e biologici (es. presenza di sostanze chimiche tossiche nell'ambiente, fumo, traumi cranici, antibiotici nei primi mesi di vita, complicazioni durante la gravidanza, uso di farmaci e carenza di vitamina D in gravidanza, parto cesareo) sono stati per lungo tempo attribuiti all'incidenza dell'ADHD. 


https://www.ospedalebambinogesu.it/deficit-di-attenzione-e-iperattivita-adhd--80083/


La relazione tra nutrizione e ADHD è stata studiata solo dal 1996. La dieta risulta uno dei fattori modificabili più efficaci che gioca un ruolo fondamentale nei sintomi neurologici e comportamentali. Sono stati messi in relazione con la condizione la carenza di alcuni nutrienti come zinco, rame, ferro, magnesio e il rapporto tra l'assunzione di grassi ω3 e ω6. Negli ultimi anni l'aumento del consumo di cibi non salutari come bevande zuccherate, dessert, snack e cioccolatini ha probabilmente contribuito alla manifestazione dei sintomi dell'ADHD.

Nelle indagini di popolazione si è visto infatti che i bambini che assumono più junkfood hanno aumentato fortemente (dell'83%) le probabilità di manifestazioni di ADHD, mentre una dieta definita "occidentale" (dolci, snack, bibite gassate, pizza ecc.) è associata al 92% in più di rischio. Questo modello è povero di vitamine e minerali, ma ha elevate quantità di coloranti alimentari artificiali, zucchero e un alto indice glicemico (ossia provoca un veloce aumento della glicemia nel sangue). I coloranti artificiali sembrano coinvolti nell'8% dei casi.

La nuova revisione degli studi ha mostrato inoltre che più elevate assunzioni di frutta, verdura (fonti di antiossidanti), pesce (fonte di grassi polinsaturi omega 3) e latticini, e in generale fonti di zinco e magnesio, erano correlate in modo protettivo al rischio di ADHD (riduzione del 37%), mentre appunto bevande zuccherate, dolci, sale e carni conservate erano legati all'esacerbazione dei sintomi.

In particolare il meccanismo con cui il consumo di zuccheri aggiunti potrebbe attivare i comportamenti può riguardare l'induzione di disturbi gastrointestinali, ipoglicemia reattiva (che aumenta le reazioni di rabbia) e/o insufficiente assunzione di alcuni micronutrienti essenziali. La review però sottolinea che i risultati sono molto vari, che ci possono essere fattori confondenti e che il legame non è necessariamente causale. Inoltre i risultati cambiano considerando zucchero o bibite zuccherate, suggerendo che anche altri ingredienti (per esempio caffeina) possono determinare il sintomo. Il legame è comunque supportato dal modello animale.

Un'altra ipotesi è che lo zucchero (in particolare il fruttosio) possa alterare la produzione di energia mitocondriale e così la funzionalità cerebrale.

È possibile intervenire con l'alimentazione? Oltre che come sottolineato prima con una dieta che riduca il cibo non nutriente e privilegi quello non processato, alcuni accorgimenti e integrazioni possono migliorare il quadro. 

La malattia può avere anche una base infiammatoria e legata allo stress ossidativo, e questo giustifica l'uso di una dieta ricca di nutrienti e antiossidanti.

Gli studi di intervento (in cui si somministra/toglie qualcosa in un gruppo contro placebo) sono pochi rispetto a quelli dove si osserva semplicemente.

Qualche anno fa i risultati delle diete di eliminazione e degli omega 3 erano ritenuti promettenti. Ora ci sono più studi ma le evidenze devono ancora migliorare.

Alcuni risultati sono stati messi in evidenza con la dieta oligoantigenica, un approccio che esclude gli alimenti che provocano allergie e infiammazione, a partire da glutine e caseine, ma che può riguardare anche carni e vegetali solitamente ritenuti non dannosi o allergizzanti. In caso si evidenzi un miglioramento si può procedere a una lenta reintroduzione che può durare mesi. Uno studio (su pochi individui) ha evidenziato 27 diverse sensibilità alimentari; la maggior parte dei pazienti ne aveva più di una.

In alcuni casi i miglioramenti sono stati evidenziati anche mediante la risonanza magnetica.

Focalizzandoci su altri tipi di diete, esclusioni più moderate (additivi alimentari, glutine, latte e latticini, uova e cibi ad alto contenuto di salicilati e solfiti) insieme a consigli di educazione sanitaria (sonno regolare, tempo limitato alla TV) si sono rivelati utili nel migliorare il comportamento secondo un'analisi della letteratura. Il dimagrimento in sé porta al miglioramento dei sintomi, così come una dieta con meno carboidrati e più lipidi.

Anche la dieta DASH, simile alla mediterranea ma usata per trattare l'ipertensione, ha dato buoni risultati in un campione di 18 bambini.

Come già accennato le carenze di minerali possono giocare un ruolo, ma potrebbero essere solo una manifestazione della tendenza a mangiare male (o poco, magari perché non stanno seduti o assumono farmaci che riducono l'appetito). La review suggerisce però integrazione solo in caso di palese carenza, e gli studi di intervento danno risultati misti di evidenza positiva ma inconclusiva. Tra di essi lo zinco appare quello con più dati positivi

Il magnesio è noto per modulare alcuni neurotrasmettitori e recettori/canale favorendo la calma, spesso negli affetti da ADHD è carente e la sua supplementazione può essere efficace, specie se con la vitamina D.

La vitamina D può funzionare bene come adiuvante della terapia farmacologica (metilfenidato). La sua carenza è molto diffusa nell'ADHD.

Sugli omega 3 (EPA e DHA) i dati sono molti ma le varie revisioni hanno risultati contrastanti e solitamente non esaltanti. 

I dati della Cochrane, vecchi ormai di 10 anni, parlano di piccola evidenza di effetti positivi. Conclusioni simili raggiunge un documento di consenso di 8 esperti internazionali, mentre una linea guida di psichiatri consiglia una combinazione di EPA e DHA, con più EPA in caso di infiammazione o allergia. Secondo una metanalisi su Nutrients sono sicuri ma non sembrano dare effetti positivi.

Se invece ci si concentra su persone che sono carenti o hanno difetti genetici, i risultati sono migliori. 

In una review del 2015 si parla infatti di un effetto piccolo ma significativo e presente soprattutto in caso di carenze, suggerendo gli omega 3 come possibile trattamento adiuvante, ma invitando a fare ulteriori ricerche. 

In particolare l'EPA è efficace nel migliorare i sintomi cognitivi in bambini che ne sono  carenti e hanno scarsa produzione endogena di omega 3 a catena lunga (ne parlo qui). I bambini che hanno livelli alti possono anche avere effetti negativi (forse da qui gli effetti neutri nelle metanalisi). Si dovrebbe andare quindi verso una personalizzazione del trattamento. La carenza è comunque più diffusa dei livelli alti e in questi casi appunto appare efficace.

Secondo una review della ESPEN sul DHA, anche quest'altro omega 3 può essere utile, contribuendo "al miglioramento della memoria verbale e dell'apprendimento, della capacità di lettura, dello sviluppo cognitivo non verbale, della capacità percettiva visiva e della funzione esecutiva".

Omega 3 abbinati a ginseng rosso coreano hanno migliorato attenzione, memoria e funzione esecutiva in bambini con ADHD.

Tra altri integratori potenzialmente utilizzabili per migliorare la situazione carnosina e fosfatidilserina, zafferano, sulforafano (broccoli e cavoli) e NAC, ma vi è attualmente una carenza di studi clinici.

Uno studio durato un anno con multivitaminico e minerale ha dato ottimi risultati in alcuni bambini.

I legami con la mutazione MTHFR e i livelli di omocisteina sono controversi.

Microbiota

Secondo una revisione la prematurità e il parto cesareo, riducendo i lattobacilli benefici neuroprotettivi e che concorrono allo sviluppo cerebrale, possono aumentare il rischio di problemi comportamentali. Anche l'uso di antibiotici nei primi 3 anni aumenta il rischio, mentre l'allattamento è associato a rischio inferiore.

I lattobacilli sono importanti per la produzione di acetilcolina, mentre i bifidi supportano la produzione di GABA (neurotrasmettitore inibitorio).

I bambini con ADHD sembrano avere tuttavia aumentati livelli di bifidobatteri (ma ridotti di B. longum), specie solitamente legate a buona salute. Altre specie aumentate sono Enterococcus Odoribacter, che possono favorire problemi nel sistema dopaminergico (ricompensa). La riduzione di Faecalibacterium indica aumentata permeabilità intestinale e produzione di citochine infiammatorie. La famiglia Ruminococcaceae si riduce mentre Bacteroides uniformis e Bacteroides ovatus sono aumentati e questo si riconduce ad alterate quantità di SCFA. Altre review non hanno trovato caratteristiche particolari. Il probiotico LGG ha mostrato di ridurre il rischio di ADHD se somministrato in gravidanza, ma anche di funzionare sui bambini affetti. Questo avviene modulando la permeabilità intestinale e le citochine infiammatorie. Infatti anche la zonulina e la claudina-5, marker di permeabilità intestinale, spesso legata ad alimentazione di bassa qualità e disbiosi, possono essere associate alle manifestazioni di iperattività e problemi di socialità.

In un piccolo studio B. bifidum ha migliorato il comportamento, il peso e il microbiota di bambini con ADHD.

L'uso dei probiotici può aiutare inoltre a migliorare il quadro metabolico (profilo infiammatorio, glicemico e lipidico).

Il microbiota influenza anche il metabolismo degli omega 3 e questo potrebbe giustificare la varietà di esiti nella somministrazione.


Aggiornamento 8/3/2022

In uno studio recente e generi (AgathobacterAnaerostipes e Lachnospiraceae UCG-010) appaiono più abbondanti nei bambini con ADHD. È presente inoltre un'alterazione delle citochine infiammatorie, che porta a pensare a un coinvolgimento del sistema immunitario anche attraverso il microbiota


Aggiornamento 25/3/2022

La World Federation of Societies of Biological Psychiatry (WFSBP) e la Canadian Network for Mood and Anxiety Treatments (CANMAT) hanno rilasciato delle linee guida sull'uso dei nutraceutici e della fitoterapia nei disturbi dell'umore.
Secondo i risultati "gli acidi grassi omega 3 in aggiunta alle terapie e l'erba di San Giovanni in monoterapia sono raccomandati per il trattamento dei disturbi dell'umore; sono provvisoriamente raccomandati i probiotici in aggiunta, lo zinco, il metilfolato e lo zafferano e la curcumina in aggiunta o in monoterapia. L'aggiunta o la monoterapia di vitamina D e lavanda, i probiotici in monoterapia e la SAMe aggiuntiva sono stati debolmente raccomandati per questa applicazione. Nel caso della monoterapia con acidi grassi omega-3 e SAMe, NAC in aggiunta e vitamina C, triptofano, creatina e rodiola in aggiunta e in monoterapia per il trattamento della depressione unipolare, i dati erano contrastanti o lo studio fatto con poche persone. L'aggiunta o la monoterapia di acido folico, inositolo e magnesio non hanno mostrato efficacia e quindi non possono essere raccomandati.

Nel trattamento dei disturbi d'ansia, l'ashwagandha e la lavanda in aggiunta o in monoterapia sono stati provvisoriamente raccomandati, mentre NAC in aggiunta e la galfimia in monoterapia sono stati debolmente raccomandate. Nel caso della camomilla in aggiunta o in monoterapia, i dati erano contrastanti. L'uso in monoterapia di kava nel disturbo d'ansia generalizzata non ha mostrato efficacia e quindi non può essere raccomandato per questa specifica applicazione. Nel trattamento dei disturbi psicotici, NAC in aggiunta e il metilfolato sono stati provvisoriamente raccomandati per i sintomi negativi nella schizofrenia, mentre la vitamina D in aggiunta o il ginkgo sono stati debolmente raccomandati. Gli acidi grassi omega-3 in aggiunta e in monoterapia non hanno mostrato efficacia nella schizofrenia e quindi non possono essere raccomandati per questa condizione. Tuttavia esisteva un debole supporto per gli omega-3 nella depressione bipolare (mentre NAC non è attualmente raccomandato per l'uso in questa applicazione). Nel trattamento dell'ADHD, i micronutrienti in monoterapia e la vitamina D in aggiunta o in monoterapia erano debolmente raccomandati, mentre vi erano dati contrastanti nel caso di acidi grassi omega-3 aggiuntivi o in monoterapia, zinco e ginkgo. Gli acidi grassi omega-9 e la acetilcarnitina in aggiunta o in monoterapia non hanno mostrato efficacia e quindi non possono essere raccomandati nell'ADHD.
Si consiglia inoltre, visto che alcuni supplementi possono non essere efficaci nelle malattie gravi, di considerarli in soggetti con diagnosi di MDD grave, disturbo bipolare o schizofrenia, solo se utilizzati assieme alle cure convenzionali e solo quando non ci sono controindicazioni all'uso aggiuntivo di un particolare agente con i farmaci psicotropi prescritti. Di fronte a questa limitazione, è ancora riconosciuto che una gamma di nutraceutici/fitoceutici può essere utilizzata in sicurezza per aumentare le terapie convenzionali per migliorare i risultati del trattamento".

La vitamina D deve essere usata in dosi basse e continue piuttosto che in boli.

Aggiornamento 11/5/2022

Il microbiota a un mese e a 6 mesi può essere associato alla condizione di ADHD più avanti nella vita del bambino (10 anni). Questo capita anche per il micobiota (microbiota fungino). Lo studio aumenta le prove sull'importanza del microbiota nello sviluppo neurologico del bambino

Aggiornamento 21/5/2022

Alcune novità sull'ADHD, sindrome da deficit di attenzione e iperattività, che vanno a confermare studi precedenti. Lo studio è stato chiamato MADDY.
1) la supplementazione di micronutrienti con apporti sopra quelli ritenuti sufficienti ha migliorato attenzione ed emozioni nel 54% dei bambini trattati (rispetto al 18% del placebo)
2) La "food insecurity", la difficoltà ad avere accesso al cibo che possa favorire una vita sana, può provocare carenza di nutrienti e lunghi digiuni che favoriscono il peggioramento dei sintomi con esplosioni di rabbia ed emozioni negative
3) Chi assume più frutta e verdura ha inferiore rischio di manifestare sintomi, mentre chi ne assume meno ha sintomi peggiori.


sabato 19 febbraio 2022

Coronavirus e COVID19: come difendersi dalle bufale (continua)

 

Continua qui il post sulle bufale da coronavirus (purtroppo sempre tante e molto pericolose) e su come approcciare la malattia.


https://www.ohmygoodness.com/it/meme-generator/1104


Come già detto, il microbiota ha una certa importanza sia sullo sviluppo della malattia, sia sugli esiti, sia sul rischio di LongCOVID. Può un probiotico ridurre il rischio di malattia?

In uno studio non ancora revisionato il probiotico LGG è associato con minore rischio di ammalarsi e riduzione dei sintomi di COVID19


Il rischio di conseguenze cardiache è molto alto in chi si ammala, anche se in forma moderata. Una review fa il punto della situazione sul LongCOVID in particolare a livello cardiovascolare. La vaccinazione riduce il rischio di LongCOVID.


C'è un epidemia di disfunzioni erettili in persone che si sono ammalate di COVID19


Il long COVID potrebbe essere dovuto all'effetto del virus sul nervo vago. I problemi neuropsichiatrici (come nebbia cerebrale, depressione e tendenza a uso di sostanze d'abuso) possono permanere anche a un anno, con un rischio dell'80% rispetto ai controlli non ammalatisi. 


Frajese, dubbioso sui vaccini, fatto a pezzi.

Il problema dei medici cazzari esiste anche in USA


Aggiornamento 20/2/2022

Negli stati USA dove si vota repubblicano si ha maggiore probabilità di prescrizione di ivermectina e idrossiclorochina, 2 farmaci inefficaci (proprio di questi giorni il trial sull'ivermectina). Si conferma in pratica l'associazione Trump-ballismo

Tra le persone con problemi reumatici, solo il 4% ha avuto acutizzazione della malattia dopo il vaccino

La situazione delle reazioni avverse spiegata da il Caccia

Un post di Alessandro Vitale chiarisce perché non ha senso fare confronti tra i numeri svedesi e quelli italiani senza le dovute standardizzazioni

Aggiornamento 27/2/2022

Ad un matrimonio c'è stato un contagio che ha coinvolto vaccinati e non vaccinati.
Il contagio tra non vaccinati è stato 2,64 volte più probabile

Da Hong Kong propongono di ridurre la dose o aumentare l'intervallo tra dosi per ridurre il rischio di miocardite post vaccino

Un altro effetto collaterale potrebbe essere la perdita momentanea dell'udito, con prognosi benigna e rischio bassissimo. Alcuni casi di emofilia A acquisita sono stati segnalati

Aggiornamento 4/3/2022

Il vaccino riduce il rischio di sindrome multisistemica infiammatoria post covid nei bambini

Uno studio pubblicato su “Nature Medicine” e condotto su più di 150mila pazienti guariti dal Covid-19 confrontati con oltre 5 milioni di controlli sani ha dimostrato che, dopo il contagio, il rischio di patologie cardiovascolari aumenta significativamente, anche in chi ha meno di 65 anni senza fattori di rischio come obesità o diabete. Non solo, i pazienti guariti dal Covid hanno il 52% di probabilità in più di ictus. E il pericolo di scompenso cardiaco aumenta del 72%. L'aumento è evidente sia a un mese che a 12 mesi.
"I presunti meccanismi includono danni persistenti da invasione virale diretta dei cardiomiociti e successiva morte cellulare, infezione ed endoteliite delle cellule endoteliali, alterazione trascrizionale di più tipi cellulari nel tessuto cardiaco, attivazione del complemento e coagulopatia e microangiopatia mediate dal complemento, downregulation di ACE2 e disregolazione del sistema renina–angiotensina-aldosterone, disfunzione autonomica, livelli elevati di citochine pro-infiammatorie e attivazione della segnalazione del TGF-β attraverso la via Smad per indurre successiva fibrosi e cicatrizzazione del tessuto cardiaco.
Una risposta immunitaria iperattivata persistente aberrante, autoimmunità o persistenza del virus in siti immuno-privilegiati sono state anche citate come presunte spiegazioni di sequele post-acute extrapolmonari (incluso cardiovascolari) di COVID-19. L'integrazione del genoma SARS-CoV-2 nel DNA delle cellule umane infette, che potrebbero quindi essere espresse come trascrizioni chimeriche date da una fusione del genoma virale con sequenze cellulari, è stata anche ipotizzata come un meccanismo putativo per l'attivazione continua della cascata immuno-infiammatoria-procoagulante. Questi percorsi meccanicistici potrebbero spiegare la gamma di sequele cardiovascolari post-acute. Sarà necessaria una comprensione più profonda dei meccanismi biologici per uno sviluppo di strategie di prevenzione e trattamento delle manifestazioni cardiovascolari tra le persone infettate da COVID-19.

La chirurgia bariatrica riduce il rischio di covid severo

Aggiornamento 5/3/2022

La vitamina D3 (colecalciferolo) ha proprietà superiori rispetto alla forma D2 (ergocalciferolo), in particolare per quanto riguarda l'effetto sul sistema immunitario. Infatti la D3 riesce a stimolare l'espressione dei geni correlati con le difese immunitarie, come l'interferone, una prima linea di difesa contro batteri e virus.
Dopo l'integrazione di vitamina D3, la maggior parte dei cambiamenti nell'espressione genica rifletteva una down-regulation nell'attività dei geni "che potenzialmente portano il sistema immunitario a uno stato più tollerogenico".

Aggiornamento 9/3/2022

L'elenco delle reazioni avverse secondo il CDC

Diversi probiotici sono allo studio e potenzialmente riducono il rischio di malattia COVID19 severa.

"In quanto batteri benefici vivi, i probiotici sono in grado di ristabilire l'ecologia microbica intestinale e la modulano il sistema immunitario. Queste preziose specie batteriche non solo ripristinano l'ecologia microbica intestinale, ma risolvono anche l'infiammazione riducendo i mediatori dell'infiammazione (citochine pro-infiammatorie come IL10, IL4, TNF-α e CSF). I probiotici agiscono con diversi meccanismi di modulazione antivirali, antinfiammatori, antimicrobici e immunitari. I pazienti COVID 19 mostrano complicazioni gastriche significative come diarrea, nausea, disagio gastrico e perdita di appetito. Queste manifestazioni cliniche sono principalmente dovute alla disbiosi intestinale mediata da SARS-CoV-2; l'uso dei probiotici offre un duplice effetto, quello antinfiammatorio e quello di ripristino dell'ecologia microbica intestinale".

Aggiornamento 11/3/2022

La supplementazione di micronutrienti non appare dare significativi miglioramenti alla mortalità in persone ricoverate con COVID19. L'unico miglioramento appare essere con la vitamina D che riduce il rischio di intubazione e riduce il numero di giorni di ricovero.
Meglio avere corretti valori di questi nutrienti in prevenzione della malattia.

Aggiornamento 12/3/2022

Il virus SarsCoV2 è un vero e proprio killer del sistema cardiovascolare.
A 12 mesi dall'infezione, rispetto a un gruppo di controllo contemporaneo, per ogni 1000 persone, il COVID-19 era associato ad un aumento di: 45.29 incidenti di qualsiasi esito cardiovascolare prespecificato 23.48 incidenti di eventi avversi cardiovascolari maggiori (MACE), inclusi infarto del miocardio, ictus e mortalità per tutte le cause 19.86 episodi di aritmia, inclusi 10.74 episodi di fibrillazione atriale 12.72 episodi di altri disturbi cardiovascolari inclusi 11.61 episodi di insufficienza cardiaca e 3.56 episodi di cardiomiopatia non ischemica 9,88 episodi di disturbi tromboembolici, inclusi 5,47 episodi di embolia polmonare e 4,18 episodi di trombosi venosa profonda 7,28 episodi di cardiopatia ischemica inclusi 5,35 episodi di malattia coronarica acuta, 2,91 episodi di infarto del miocardio e 2,5 episodi di angina 5,48 episodi di disturbi cerebrovascolari, inclusi 4,03 episodi di ictus 1,23 episodi di malattia infiammatoria del cuore o del pericardio, inclusi 0,98 episodi di pericardite e 0,31 episodi di miocardite I pazienti con malattia più grave, determinata dal fatto che si fossero ripresi a casa, fossero stati ricoverati in ospedale o ricoverati in terapia intensiva, avevano rischi maggiori. Ma i rischi erano evidenti anche tra coloro che non erano ricoverati in ospedale con COVID-19. Altre analisi per sottogruppi hanno riscontrato un aumento dei rischi indipendentemente da età, razza, sesso, obesità, fumo, ipertensione, diabete, malattie renali croniche, iperlipidemia e malattie cardiovascolari preesistenti".

Aggiornamento 17/3/2022

L'immunologia è estremamente complessa: ad esempio pare che aver avuto altri coronavirus del raffreddore può provocare un rapido innalzamento degli anticorpi in caso di infezione da SarsCoV2 ed esporre a maggiori rischi di malattia severa e morte.

Le conseguenze cerebrali dell'infezione sono state messe in evidenza da uno studio su immagini. Si notano delle alterazioni del sistema limbico e in particolare del bulbo olfattivo, dalle conseguenze ignote ma ipotizzabili sul lungo periodo.

Il post di Enrico Bucci chiarisce come non ci sia alcuna evidenza di trascrizione inversa dell'mRNA del vaccino sul nostro DNA

Aggiornamento 23/3/2022

I flavonoidi, polifenoli antiossidanti vegetali, hanno potenziale antinfiammatorio sia nella malattia che nel LongCOVID, l'insieme di sintomi debilitanti (neurologici, cardiovascolari, respiratori, gastrointestinali ecc.) che possono insorgere alcuni giorni dopo la guarigione e durare mesi.
L'effetto inibitore dei flavonoidi sulla PLA2-IIA potrebbe supportare sia la prevenzione che il trattamento della malattia, ma c'è carenza di studi clinici.
L'attivazione di NLRP3, un mediatore dell'infiammazione, rimane anche dopo la malattia e può favorire il LongCOVID, mentre i flavonoidi la inibiscono.
"I flavonoidi influenzano il rilascio di citochine mediate da NLRP3. Gli inibitori dell'attivazione dell'inflammasoma NLRP3 sono miricetina, rutina, quercetina, luteolina e apigenina. L'effetto dei flavonoidi sul rilascio di marcatori infiammatori nelle malattie croniche è evidente. È probabile che il meccanismo di inibizione di NLRP3 da parte dei flavonoidi inibisca il rilascio di citochine nei pazienti post-COVID-19. Il meccanismo d'azione dei flavonoidi sulle cellule riguarda principalmente l'induzione dell'apoptosi, l'inibizione della proliferazione, l'induzione dell'arresto del ciclo cellulare, l'induzione della differenziazione, l'inibizione delle citochine e delle chemochine o la produzione di anticorpi".

Aggiornamento 27/3/2022

Un gruppo di ricercatori ha concluso che, in seguito alla malattia COVID19, il nutrizionista svolge un ruolo importante nel valutare lo stato nutrizionale e che la dieta mediterranea possa supportare il recupero, grazie "all'effetto complessivo di diversi alimenti che contengono naturalmente composti bioattivi con attività antinfiammatoria e immunostimolante", mentre "integratori e nutraceutici dovrebbero essere consigliati nei pazienti malnutriti e carenti, e in quelli non aderenti alle raccomandazioni nutrizionali per complicazioni fisiche durature legate alle infezioni da COVID-19". Tuttavia nella fase di recupero i fabbisogni possono essere maggiori e multivitaminici e minerali possono aiutare a coprirli.
Tra i nutraceutici, "alcuni immunosoppressori, come i polifenoli (quercetina, resveratrolo, catechine), N-acetil-cisteina (NAC) e palmitoiletanolamide (PEA) hanno dimostrato le loro attività antivirali, coinvolgendo principalmente l'inibizione delle vie infiammatorie (cioè, produzione di IL-beta mediata dall'inflammasoma NLRP3 e secrezione di citochine pro-infiammatorie) così come la replicazione virale (attraverso l'inibizione delle principali proteasi virali). Inoltre, la supplementazione di inositolo può ridurre la tempesta di citochine, che caratterizza l'infezione da COVID-19, giocando forse un ruolo chiave anche nel processo di guarigione. D'altra parte, l'aumento dell'infiammazione è una conseguenza di uno stato ossidativo alterato. Oltre a vitamine e minerali con proprietà antiossidanti, l'integrazione di glutatione migliora il danno ossidativo in diversi tessuti. Pertanto, l'associazione di inositolo e glutatione può rappresentare un'utile strategia per migliorare l'infiammazione e lo stato ossidativo nei pazienti con sindrome post-COVID-19.
Per quanto riguarda gli immunostimolatori, le proteine ​​del latte e i peptidi (lattoferrina bovina, lattoperossidasi, albumina sierica, β-lattoglobulina e α-lattoalbumina) sono stati utilizzati come efficaci stimolatori immunitari, sebbene i meccanismi alla base di questo effetto benefico non siano del tutto chiari. Inoltre, i probiotici potrebbero migliorare la risposta immunitaria, favorendo la competizione con i patogeni per la colonizzazione nell'intestino e mantenendo l'integrità della barriera intestinale, riducendo così la permeabilità ai patogeni e ai loro metaboliti microbici.
È importante inoltre una forte idratazione (almeno 2,5L)

Aggiornamento 30/3/2022

Il legame tra infezione da coronavirus e malattie autoimmuni, in particolare vascolari e dermatologiche.

Aggiornamento 7/4/2022

Il COVID19 può determinare molti problemi endocrinologici, in particolare a organi riproduttivi (impotenza e irregolarità mestruali), tiroide, ghiandole surrenali. Aumenta inoltre il rischio di diabete.


"Prendere la malattia Covid19 è associato a un aumento di cinque volte del rischio di trombosi venosa profonda (TVP) e a un aumento di 33 volte del rischio di un coagulo di sangue potenzialmente fatale ai polmoni nei 30 giorni dopo l'infezione, suggeriscono i dati. I risultati, pubblicati giovedì sul British Medical Journal, potrebbero aiutare a spiegare un raddoppio dell'incidenza e dei decessi per coaguli di sangue in Inghilterra dall'inizio della pandemia rispetto agli stessi periodi del 2018 e del 2019".

Il vaccino dimezza il rischio di LongCovid

Aggiornamento 11/4/2022

Gli omega 3 possono proteggere dagli effetti del LongCOVID.
L'effetto è dovuto in particolare all'effetto protettivo sulle membrane dei neuroni, che sono formate da grassi.
Gli omega 3 e i loro metaboliti (proresolvine) possono così favorire uno stato meno infiammatorio, riducendo lo stress ossidativo e l'alterazione del sistema immunitario. Questo può ridurre i problemi di coagulazione e legati al sistema renina-angiotensina tipici della malattia grave o del lungo periodo.
I problemi neurologici e psichiatrici possono essere attenuati, anche perché legati allo stato infiammatorio che purtroppo può protrarsi a lungo dopo l'infezione.
Possono promuovere l'attività del sistema glinfatico, che "pulisce" il cervello dalle tossine, responsabili di sintomi come la perdita dell'olfatto, della memoria, dolori muscolari, emicrania.
Promuovono le proprietà antiossidanti stimolando la superossido dismutasi e favorendo la neutralizzazione dei radicali liberi.
Favoriscono il rilassamento dei vasi riducendo l'ipertensione e migliorando il flusso sanguigno, e riducono la tendenza alla formazione dei trombi. Potrebbero ridurre le capacità replicative del virus durante la fase infettiva della malattia.

Aggiornamento 15/4/2022

Un'analisi obiettiva sulla situazione della Svezia mostra il suo disastro nei confronti della pandemia.
"La risposta svedese a questa pandemia è stata unica e caratterizzata da un approccio laissez-faire moralmente, eticamente e scientificamente discutibile, una conseguenza dei problemi strutturali della società. C'è stata maggiore enfasi sulla protezione dell'"immagine svedese" che sul salvataggio e la protezione di vite o su un approccio basato sull'evidenza.
Inoltre, vi era una riluttanza e incapacità di ammettere eventuali fallimenti a tutti i livelli di governo o assumersi qualsiasi responsabilità per i risultati chiaramente dannosi per la società svedese. Ci sono stati anche tentativi di rivedere la storia modificando o eliminando documenti ufficiali, comunicazioni e siti Web che avrebbero illuminato il pubblico. Le autorità svedesi coinvolte non sono state autocritiche e non hanno intrapreso alcun dialogo ufficiale e aperto e hanno fuorviato il pubblico nascondendo informazioni corrette e persino diffondendo informazioni fuorvianti. Un piccolo gruppo di cosiddetti esperti con un focus disciplinare ristretto ha ricevuto un potere sproporzionato e indiscusso nella discussione, a livello nazionale e internazionale. Non vi è stata alcuna discussione intellettuale/scientifica tra le parti interessate (compresi esperti indipendenti di diverse discipline) e il parere internazionale dell'OMS, dell'ECDC e della comunità scientifica è stato ignorato e/o screditato.

Una persona infetta su 5 ha il LongCOVID e i vaccini sono in grado di ridurre il rischio. Anche i bambini possono essere colpiti. Visto che omicron è molto contagiosa e può colpire più volte abbiamo necessità di vaccini sterilizzanti per prevenire queste conseguenze.

Alla senatrice bisogna insegnare le frazioni

La vaccinazione riduce la carica virale e quindi durata della malattia, circolazione del virus e contagiosità, con buona pace dei novax che sostengono che non serva vaccinarsi. Per omicron però solo 3 dosi sono efficaci. Se non siete d'accordo potete sempre pubblicare i vostri dati in sostegno

Il COVID19 può determinare molti problemi endocrinologici, in particolare a organi riproduttivi (impotenza e irregolarità mestruali), tiroide, ghiandole surrenali. Aumenta inoltre il rischio di diabete.


Gli scienziati del St. Jude Children's Research Hospital hanno valutato in che modo la vaccinazione e l'infezione da SARS-CoV-2 influiscono sul sistema immunitario. I risultati confermano che l'immunità per infezione non è migliore della vaccinazione perché entrambe producono risposte simili dei linfociti T. Negli individui che hanno già sperimentato COVID-19, farsi vaccinare aumenta ancora la memoria dei linfociti T e l'attivazione immunitaria.

Aggiornamento 30/4/2022

Non esiste alcun aumento delle morti improvvise in Italia e lo studio di SR che mostrerebbe un aumento delle morti tra i giovani appare essere spazzatura

Aggiornamento 3/5/2022

I dati sulla sicurezza dei vaccina aumentano, la maggior parte delle reazioni sono lievi e passano velocemente. La quarta dose è utile nelle persone sopra i 60 anni, riducendo la malattia grave e la mortalità, meno l'infezione e la malattia sintomatica, che comunque si riducono.

In media il long COVID può riguardare il 30% degli infetti. "Le persone con una storia di ospedalizzazione, diabete e indice di massa corporea più elevato avevano maggiori probabilità di sviluppare un long COVID"

Aggiornamento 11/5/2022

Tra le persone ricoverate per coronavirus, a un anno di distanza solo uno su 4 ha recuperato lo stato di salute 

Su Nature la patogenesi aggiornata del SarsCov2

I legami tra COVID19 e morbo di Graves

"Stanchezza e mal di testa dopo la vaccinazione contro il COVID-19 vanno visti positivamente: come un preludio necessario per un'efficace risposta immunitaria. Gli effetti collaterali della vaccinazione saranno quasi sempre lievi e transitori e indicheranno semplicemente che il vaccino sta facendo il suo lavoro stimolando la produzione di interferone, l'immunostimolatore integrato nel corpo".

Aggiornamento 12/5/2022

Sin dal primo periodo della pandemia si individuò che le persone con malattia severa avevano alterazioni del microbiota.
Oggi sappiamo che la disbiosi, sia intestinale che polmonare, è associata anche al rischio della tempesta di citochine, di long COVID (PACS) e in generale di riposta immunitaria alterata.
"Il microbiota è un potente fattore immunomodulante nella salute e nelle malattie umane. La manipolazione del microbiota è una strategia promettente per la prevenzione e il trattamento di COVID-19 e PACS. Numerosi studi clinici stanno valutando l'efficacia della terapia adiuvante con probiotici e altri trattamenti basati sul microbiota. Tuttavia, i risultati di questi studi clinici non sono stati ancora pubblicati. Sono necessari ulteriori dati clinici per convalidare la sicurezza e l'efficacia delle terapie a base di microbiota per i pazienti con COVID-19 o PACS", anche considerando la presenza di varianti attuali o future.
Gli acidi grassi a catena corta (SCFA) hanno dimostrato di modulare il sistema immunitario, in particolare stimolando le cellule Treg e le cellule dendritiche.
B. infantis e B. bifidum sono 2 probiotici che appaiono ridurre lo stato infiammatorio in COVID19


Chi si ammala di COVID ha un rischio di morte 3 volte superiore rispetto a chi non si ammala nei 12 mesi successivi

Il problema del bias di conferma




Se ancora pensate che sia un raffreddore, sappiate che si è scoperto che "La compromissione cognitiva da COVID-19 grave equivale a 20 anni di invecchiamento, riferiscono gli scienziati dietro un nuovo studio, aggiungendo che la compromissione è "equivalente alla perdita di 10 punti di QI""
"I deficit cognitivi osservati possono essere dovuti a diversi fattori combinati, hanno affermato gli autori, tra cui l'insufficiente apporto di ossigeno o sangue al cervello, il blocco di vasi sanguigni grandi o piccoli a causa della coagulazione e sanguinamenti microscopici. Hanno evidenziato come il meccanismo più importante, tuttavia, possa essere il danno causato dalla risposta infiammatoria dell'organismo e dal sistema immunitario".

I vaccini funzionano mediante più meccanismi, mentre la risposta esagerata sembra dipendere (anche) dai macrofagi (M1 o M2)

Aggiornamento 16/5/2022

La quarta dose in Israele appare efficace negli over 60, ma probabilmente anche questa ha durata limitata.

Una persona con long COVID potrebbe avere un costo sanitario di 9000 dollari l'anno

Aggiornamento 17/5/2022

La balla che con le 3 dosi ci si ammala di più, anche in grafico

Aggiornamento 19/5/2022

I livelli di vitamina D sono inversamente proporzionali alla severità della malattia, alla lunghezza del ricovero, al rischio di ricorso alla ventilazione forzata, alla mortalità da ricoverati
L'effetto può essere dovuto alla modulazione dell'infiammazione e della trombosi.