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giovedì 2 dicembre 2021

Solanacee: buone o cattive?

 

Nella famiglia delle solanacee sono inclusi tuberi come le patate, o piante con ortaggi edibili come peperoni, pomodori, peperoncino, bacche di goji, ma anche piante che producono molecole attive come la belladonna o il tabacco.





Alcune scuole di pensiero attribuiscono alle solanacee proprietà infiammatorie. Il riassunto fatto da una dietista americana ci aiuta a fare il punto.

Sicuramente alcune solanacee posseggono proprietà tossiche, la belladonna produce atropina, utilizzata per dilatare le pupille e per indurre allucinazioni per il suo effetto neurotossico, e il tabacco nicotina, e quasi tutte presentano la solanina, una sostanza glicoalcaloide che protegge la pianta dai funghi ma può essere mortale in grandi quantità.

Le solanacee edibili hanno bassi quantitativi di solanina, se ne dovrebbe mangiare svariati kg per avere un effetto tossico. Evitando le patate verdi, germogliate o amare dovrebbe escludere il rischio e i casi documentati di morte sono pochissimi.

Tuttavia nel modello animale di intestino irritabile la solanina infiamma l'intestino e incrementa la permeabilità intestinale, anche se l'effetto non è provato sull'uomo. Un altro effetto possibile è l'aumento dei dolori legati all'artrite, ma si tratta solo di casi aneddotici attualmente.

Le lectine, sostanze non digeribili presenti sia nei cereali che nelle solanacee (e nella maggior parte dei vegetali), sono note per il loro effetto su flora, assorbimento dei minerali e infiammazione dell'intestino, in particolare in persone con un apparato digerente già compromesso (per esempio chi ha malattie autoimmuni).

Ma le solanacee sono anche note per apportare buoni nutrienti. Caroteni, minerali, vitamine (in particolare B, C ed E) che potenziano le difese antiossidanti del corpo. 

"In definitiva, non ci sono prove sufficienti per collegare il consumo di solanacee commestibili con malattie autoimmuni e intestinali o aumento dell'infiammazione. Tuttavia, si deve riconoscere che i dati attuali sono limitati, quindi gli specialisti dovrebbero stare attenti a non minimizzare i report di intolleranza. Invece, i nutrizionisti possono guidare i pazienti attraverso una dieta di eliminazione con un'attenta reintroduzione per determinare se queste piante sono dannose o una parte preziosa di una dieta equilibrata. Come parte della dieta di eliminazione, si possono fornire un elenco di alimenti alternativi da incorporare durante il periodo di prova per assicurarsi che siano inclusi i nutrienti vitali".


Aggiornamento 11/2/2022

Per la prima volta una società scientifica, in questo caso la Società Francese di Reumatologia, rilascia delle indicazioni ufficiali per la gestione della dieta nelle malattie reumatiche.

Fondamentalmente si tratta di una dieta mediterranea con integrazione di omega 3.

Diete di esclusione, vegetariane o vegane o digiuno non dovrebbero essere consigliate con le evidenze attuali, ma devono essere indagate ulteriormente, assieme all'effetto del microbiota, dei probiotici, della permeabilità intestinale, del cibo biologico e ultraprocessato.
Viene specificato che la dieta non è un sostituto dei trattamenti farmacologici, che l'integrazione può far parte dell'approccio, che non si può prescindere dall'esercizio fisico e dal dimagrimento e che le raccomandazioni possono essere personalizzate sullo stato fisico della persona.
L'integrazione di omega 3 dev'essere di 2 grammi o più. Non vi sono indicazioni per consigliare vitamine o minerali se non in caso di carenza. Alcuni integratori (zafferano, cannella, aglio, zenzero, sesamina, concentrato di melograno) potrebbero avere effetti benefici sull'attività dell'artrite reumatoide ma i dati sono attualmente troppo limitati per proporne l'uso nella pratica corrente.

Aggiornamento 26/2/2022

Un gruppo di ricercatori italiani ha elaborato una dieta ideale per persone con artrite reumatoide (AR), considerando che "La letteratura scientifica recente suggerisce che la dieta gioca un ruolo fondamentale nella terapia dell'AR, attraverso la gestione dell'infiammazione, dell'immunità e dello stress ossidativo.

Si tratta sostanzialmente di una dieta mediterranea.
Per quanto riguarda le fonti di carboidrati, si suggerisce di usare 3 porzioni al giorno di cereali integrali, preferibilmente senza glutine, ed evitare zuccheri aggiunti e dolci.
I grassi devono essere rappresentati da olio extravergine d'oliva preferibilmente crudo e da semi oleosi come semi di chia e di lino, insieme a 30g di altra frutta secca oleosa.
L'uso di spezie come curcuma, zenzero ecc. può ridurre infiammazione e stress ossidativo.
Un bicchiere di vino o birra può essere concesso.
I latticini possono essere usati con moderazione.
Il pesce preferibilmente grasso dev'essere consumato almeno 3 volte a settimana.
Per quanto riguarda la carne se ne consigliano porzioni a settimana, di cui 3 porzioni di carne bianca e una di carne rossa. Soprattutto per le carni rosse vanno scelti tagli magri, in modo da ridurre l'apporto di grassi saturi.
L'assunzione di legumi dovrebbe essere incoraggiata nella frequenza di 3 porzioni a settimana. Per migliorare la tollerabilità, i legumi possono essere consumati decorticati o frullati.
Le uova contengono diversi nutrienti che possono avere effetto pro o antinfiammatorio, per cui se ne consigliano 2 a settimana.
Caffè e tè possono essere consumati.
L'integrazione con omega 3 può essere fatta con dosi di 2,7g al giorno per 3 mesi. La valutazione dei livelli di vitamina D e l'eventuale integrazione sono fortemente consigliati anche per prevenire l'osteoporosi.
Per quanto riguarda altri supplementi, sebbene la letteratura non sia completamente concordante, l'integrazione con antiossidanti (selenio: 100 o 200 μg/dose; rame 0,9 mg; manganese 10 mg; beta-criptoxantina almeno 86,9 μg/giorno ; zinco almeno 15 mg/giorno; vitamina C almeno 40 mg/die) può essere una strategia utile per prevenire lo sviluppo dell'AR. Anche la quercetina (500mg) e il resveratrolo (1g) hanno buone probabilità di ridurre i sintomi.
È importante correggere l'eventuale anemia da carenza di ferro. Limitare il sale è un altro aspetto importante.
Secondo studi recenti il digiuno intermittente può aiutare, almeno temporaneamente, a migliorare la malattia.

Aggiornamento 29/3/2022

La barriera intestinale ci protegge dai microbi intestinali o loro parti/metaboliti, dagli antigeni alimentari e dalle tossine presenti nel tratto gastrointestinale. Tuttavia, l'integrità della barriera intestinale può essere influenzata da fattori intrinseci ed estrinseci, tra cui la predisposizione genetica, la dieta occidentale, gli antibiotici, l'alcol, l'alterazione del ritmo circadiano, lo stress psicologico e l'invecchiamento. La presenza di una permeabilità intestinale (GP) non fisiologica può portare alla traslocazione di componenti microbici nel corpo, producendo un'infiammazione sistemica di basso grado. L'associazione tra integrità della barriera intestinale e infiammazione nelle malattie intestinali sia ben consolidata, ma recentemente è emerso come si leghi anche a disturbi metabolici, autoimmuni, mentali e legati all'invecchiamento.
Quali fattori provocano la GP? Acroleina (fritti), invecchiamento, alcol, farmaci (antiacidi, cortisonici, antinfiammatori e antibiotici), traumi, chemioterapia, emulsionanti, alterazione dei ritmi circadiani, allenamento strenuo, diete ad alto contenuto di sale, zuccheri e grassi, fruttosio, glutine e fruttani, stress come l'iperglicemia, il calore e l'ipossia, lectine e solanacee, dolcificanti e fumo.
I fattori protettivi sono invece: berberina, glutammina, butirrato, resveratrolo, spermidina, urolitina A e curcumina, fibra, funghi medicinali, probiotici e alimenti fermentati, omega 3, raggi infrarossi, stimolazione del nervo vago, farmaci appositi come gli antiTNFalfa, vitamina D e zinco.
Curiosamente il digiuno può sia proteggere che indurre GP, dipende dalla forma e dal soggetto probabilmente.
L'articolo sottolinea come alcuni farmaci e i probiotici probabilmente farebbero poco sul lungo periodo, "riteniamo invece che i cambiamenti dello stile di vita che coinvolgono la considerazione della composizione della dieta, l'uso di farmaci e alcol, l'esercizio fisico, l'esposizione alla luce solare e i corretti livelli di vitamina D, la regolazione del ritmo circadiano e la gestione dello stress hanno maggiori probabilità di mostrare risultati positivi. I recenti progressi relativi all'integrità della barriera intestinale e alla composizione del microbiota intestinale offrono quindi l'opportunità di rivalutare l'importanza della dieta e dello stile di vita nella prevenzione e nel trattamento delle malattie croniche associate all'alterazione della barriera intestinale, all'infiammazione e all'invecchiamento".

sabato 4 settembre 2021

Se fosse così facile 3


Continua qui il post sulla difficoltà a dimagrire, in particolare per alcune persone predisposte geneticamente (o epigeneticamente), con un report da un importante studio condotto sulla capacità delle persone di consumare calorie, in particolare in seguito ad attività fisica.


http://www.quickmeme.com/meme/3rp0z7


Esistono meccanismi compensatori che rendono tutt'altro che facile dimagrire, nonostante l'attività fisica. Portano in generale a mangiare più cibo (perché l'esercizio stimola il nostro appetito), o ridurre la spesa energetica in altre componenti (metabolismo a riposo), in modo che l'esercizio diventi "meno costoso".

Negli anziani per ogni caloria spesa nell'attività fisica, il corpo ne risparmia mezza nel metabolismo basale.
Questo capita anche negli obesi, e un autore dello studio (prof Speakerman) ha affermato "Le persone obese possono essere particolarmente efficienti nel tenersi strette le loro riserve di grasso, rendendo difficile la perdita di peso".
In pratica l'eccesso di grasso favorisce, dopo l'allenamento, una riduzione delle calorie consumate a riposo, nell'ordine del 28%. La variabilità tra persone è alta, e suggerisce che il metabolismo lento non sia un mito (per alcuni).
"Le persone che compensano di più possono avere maggiori probabilità di accumulare grasso corporeo. In alternativa, il processo potrebbe avvenire progressivamente negli individui: man mano che ingrassiamo, il nostro corpo potrebbe compensare più fortemente le calorie bruciate durante l'attività, rendendo progressivamente più difficile perdere grasso".
Questi dati rafforzano l'importanza della prevenzione dell'aumento di peso, e non solo la sua gestione.
"Le strategie di salute pubblica per la perdita di grasso dovrebbero essere riviste per riconoscere la compensazione energetica man mano che la nostra comprensione progredisce su quali individui compensano e di quanto. In questo senso, sono necessarie ulteriori ricerche sulla diversità potenzialmente sostanziale della compensazione energetica tra le sottopopolazioni. In futuro, potrebbero essere sviluppati piani di esercizi personalizzati mirati alla perdita di grasso in parte basati sulla propensione genetica di un individuo per la compensazione energetica".

Aggiornamento 16/9/2021

Una nuova puntata del modello insulina-carboidrati del prof. Ludwig.
"In contrasto con il modello del bilancio energetico, il modello carboidrati-insulina fa un'affermazione coraggiosa: l'eccesso di cibo non è la causa principale dell'obesità. Al contrario, il modello carboidrati-insulina attribuisce gran parte della colpa dell'attuale epidemia di obesità ai moderni modelli dietetici caratterizzati da un consumo eccessivo di alimenti ad alto carico glicemico: in particolare, carboidrati trasformati e rapidamente digeribili. Questi alimenti causano risposte ormonali che modificano radicalmente il nostro metabolismo, determinando l'accumulo di grasso, l'aumento di peso e l'obesità.
Quando mangiamo carboidrati raffinati, il corpo aumenta la secrezione di insulina e sopprime la secrezione di glucagone. Questo, a sua volta, segnala alle cellule adipose di immagazzinare più calorie, lasciando meno calorie disponibili per alimentare i muscoli e altri tessuti metabolicamente attivi. Il cervello percepisce che il corpo non riceve abbastanza energia, il che, a sua volta, porta a sensazioni di fame. Inoltre, il metabolismo può rallentare nel tentativo del corpo di risparmiare carburante. Pertanto, tendiamo a rimanere affamati, anche se continuiamo ad aumentare il grasso in eccesso.
Per comprendere l'epidemia di obesità, dobbiamo considerare non solo quanto stiamo mangiando, ma anche come i cibi che mangiamo influenzano i nostri ormoni e il nostro metabolismo. Con la sua affermazione che tutte le calorie sono uguali per il corpo, il modello del bilancio energetico manca questo pezzo fondamentale del puzzle.
L'adozione del modello carboidrati-insulina rispetto al modello del bilancio energetico ha implicazioni radicali per la gestione del peso e il trattamento dell'obesità. Piuttosto che spingere le persone a mangiare semplicemente di meno, una strategia che di solito non funziona a lungo termine, il modello carboidrati-insulina suggerisce un altro percorso che si concentra maggiormente su ciò che mangiamo. Secondo il Dr. Ludwig, "ridurre il consumo dei carboidrati rapidamente digeribili che hanno inondato l'approvvigionamento alimentare durante l'era della dieta lowfat riduce la spinta sottostante a immagazzinare il grasso corporeo. Di conseguenza, le persone possono perdere peso con meno fame e fatica".
Chi ha ragione allora?
È probabile che entrambi la abbiano, nel senso che, dal punto di vista termodinamico, l'aumento del grasso immagazzinato è sempre dato da un'introduzione calorica superiore a quella consumata, ma dal punto di vista biologico l'immagazzinamento è permesso solo da particolari situazioni ormonali che i carboidrati possono favorire, e l'uso di alimenti non trasformati supporta una maggiore sazietà e quindi una minore introduzione di calorie.

Aggiornamento 19/9/2021

Sempre più prove mostrano che il tipo di microbiota influenza il dimagrimento, e in alcune persone può addirittura ostacolarlo.
Chi ha batteri che digeriscono l'amido e le fibre in glucosio fa più fatica a dimagrire, perché assorbe più calorie e più velocemente. Invece chi ha batteri che si riproducono velocemente è facilitato, perché consumano loro calorie. Inoltre vengono prodotti più SCFA che riducono l'infiammazione intestinale e migliorano il metabolismo energetico favorendo il consumo di grassi e viene ridotto l'ossigeno nell'intestino che può creare stress ossidativo e favorire batteri cattivi.
In generale i Bacteroidetes (inclusi Prevotella) rendono più facile il dimagrimento estraendo meno calorie dalla dieta.

Aggiornamento 1/10/2021

Il microbiota influenza la massa magra nei topi. Si chiama asse intestino-muscolo.
I batteri rilasciano metaboliti che promuovono o bloccano la trofia muscolare, come alcuni sali biliari.
La disbiosi induce infiammazione e permeabilità intestinale che determinano resistenza anabolica. Potete anche andare sollevare il mondo che la muscolatura tenderà ad atrofizzarsi.
Si riducono le cellule satellite (che supportano la crescita muscolare), si blocca l'ipertrofia delle fibre lente e veloci.
Taylor Valentino, primo autore dell'articolo, ha dichiarato: "Essendo in grado di identificare le sostanze che i batteri intestinali producono per aiutare la crescita muscolare dopo l'esercizio, potremmo essere in grado di utilizzare alcune di queste sostanze per promuovere la crescita dei muscoli nelle persone che soffrono di sarcopenia (perdita di muscolo) come si vede tipicamente con l'invecchiamento o il cancro ".

Aggiornamento 13/10/2021

Le variazioni del peso influenzano la spesa calorica. Non dovrebbe essere una sorpresa, ma molti nutrizionisti usano le equazioni predittive come se fossero una legge; alcuni ricercatori hanno verificato la loro attendibilità, evidenziando che non sono per niente affidabili in chi ha perso peso.
Le equazioni sono infatti basate su studi in popolazioni con peso stabile, e non su chi ne ha perso.
Anche modeste variazioni nel peso impattano significativamente sulle equazioni, e l'errore è influenzato sia dal tempo che dalla quantità del dimagrimento.
La termogenesi adattativa, la riduzione della spesa energetica maggiore di quanto teoricamente previsto, oscilla tra le 50 e le 500 kcal al giorno.
"I nostri risultati suggeriscono che la termogenesi adattiva può essere provocata da perdite di peso inferiori rispetto a quanto generalmente ipotizzato, fornendo supporto a un modello di perdita di peso legato alla termogenesi adattiva soprattutto in fase iniziale.
I nostri risultati evidenziano la temporalità del peso come un fattore importante da considerare quando si utilizzano le equazioni di previsione della REE per prescrivere obiettivi calorici in ambito clinico".

Aggiornamento 23/10/2021

Il muscolo delle persone obese ha difficoltà a ossidare i substrati energetici, a causa ad esempio dell'infiltrazione di grasso e della scarsa qualità dei mitocondri.
Queste alterazioni metaboliche si manifestano come "diminuzione dell'assorbimento del glucosio e dell'azione dell'insulina (con conseguente aumento della glicemia), disregolazione del metabolismo lipidico, ridotta ossidazione del substrato mitocondriale e cambiamenti nella morfologia della rete mitocondriale".
La flessibilità metabolica, la capacità di ossidare efficientemente i substrati (grassi e carboidrati) e passare facilmente da un carburante all'altro, è ridotta in caso di resistenza insulinica.
Anche l'ipossia (scarso ossigeno portato dal sangue), l'infiammazione e l'autofagia difettosa contribuiscono alle alterazioni metaboliche e a ridurre l'ossidazione dei grassi.
L'EPA (omega3), sirtuine, la caffeina, l'attività fisica e alcuni interventi farmacologici allo studio possono migliorare l'attività mitocondriale.

Aggiornamento 26/10/2021

Un pugile professionista è stato seguito per 5 anni. In questo tempo ha affrontato 11 incontri, e per ognuno ha fatto un "taglio" del peso per rientrare nella categoria. Dieta con poche fibre, riduzione calorica, taglio dei carboidrati per ridurre il glicogeno che trattiene l'acqua. Questo gli ha consentito di rientrare nella categoria di peso pochi giorni prima del match.

Tra il primo e l'ultimo incontro la composizione corporea è peggiorata (massa grassa da 12,5 a 16,1 kg e massa magra da 69,8 a 67,5 kg), mettendo in evidenza una tendenza all'accumulo di grasso a alla perdita di muscolo.
La tendenza a un peggioramento della composizione corporea è dovuta all'iperfagia (si mangia di più per maggiore fame) dovuta al fatto che il corpo vuole mangiare di più per recuperare la massa magra persa, solo che questo porta ad accumulare più grasso di quello presente in precedenza (collateral fattening).
Questo effetto yoyo (weight-cycling) può predisporre per obesità e malattie metaboliche.

Aggiornamento 8/3/2022

La variante genetica del recettore beta adrenergico, quello che stimola la termogenesi e la lipolisi, ha un impatto sulla composizione corporea. Alcuni hanno quindi un metabolismo più attivo perché i suoi recettori rispondono meglio alle catecolamine e tendono ad accumulare meno grasso. Inoltre possono avere effetto anabolico sui muscoli, tramite stimolazione di mTOR, aumento del segnale insulinico e blocco della miostatina, con una riduzione globale della proteolisi (catabolismo muscolare)

Aggiornamento 18/3/2022

Alcuni nutrienti come N-acetilcisteina, magnesio e calcio glucarato sono fondamentali per il metabolismo degli estrogeni, ormoni tipici femminili che influenzano metabolismo, deposito del grasso, rischio tumorale e problemi tipici femminili come sindrome premestruale, dolori ed endometriosi.
Antiossidanti come glutatione, curcumina e flavonoidi, vitamine A, C ed E e del gruppo B proteggono dall'ossidazione e supportano la funzione di disintossicazione epatica, influenzando la quantità di ormoni attivi circolanti.
Anche il microbiota intestinale, insieme a lignani e fibre, prende parte al metabolismo degli estrogeni favorendo l'escrezione dei metaboliti dannosi.
I fitoestrogeni possono modulare positivamente la risposta dei tessuti.

Aggiornamento 19/3/2022

Nella dietetica classica si insegnava che gli adipociti dopo l'adolescenza non potevano aumentare di numero ma solo di dimensioni. Immaginare una situazione del genere era evidentemente sbagliato visto che si conoscevano già farmaci antidiabetici (i glitazoni) che agivano proprio favorendo la maturazione dei preadipociti in adipociti (cioè aumentando il numero) e permettendo di abbassare la glicemia perché il glucosio in eccesso andava a essere stipato assieme al grasso. Chiaramente se era possibile stimolare la maturazione dei preadipociti con molecole esogene, esistono anche molecole endogene che stimolano le stesse vie.
Oggi sappiamo che il tessuto adiposo è altamente dinamico, e i grassi vengono scomposti e riformati (lipolisi e riesterificazione dei trigliceridi) con spreco di energia, ma questo processo è rallentato nelle persone sovrappeso, nell'invecchiamento e nell'insulinoresistenza ed è un segno di malattie metaboliche (e metabolismo lento). "La lipolisi indotta da catecolamine diminuisce nel tempo e può, in parte, spiegare l'aumento del peso corporeo durante l'invecchiamento". Questo può spiegare perché da giovani è più facile dimagrire, mentre andando avanti con l'età e con più diete alle spalle diventa sempre più difficoltoso.
Gli adipociti vengono rimpiazzati da nuove cellule col tasso del 10% annuo, ma nel dimagrimento non si riducono di numero (solo di dimensioni) e questo facilita il recupero del peso.
Il meccanismo di aumento del numero di adipociti (iperplasia) è particolarmente evidente nell'obeso e nella persona che recupera peso, anche per effetto delle fluttuazioni nella leptina.
L'aumento di numero avviene prevalentemente nel tessuto viscerale e non in quello sottocutaneo, soggetto più che altro a ipertrofia (aumento delle dimensioni delle cellule).

Aggiornamento 26/3/2022

Fare diete da fame può essere la cosa peggiore sul lungo periodo perché determina un aumento dell'appetito che si ripercuote sulla composizione corporea.
"L'effetto complessivo della spesa energetica (EE) sull'equilibrio energetico giornaliero e sul cambiamento di peso dovrebbe essere valutato non solo considerando il suo effetto brucia-calorie ma anche alla luce del suo effetto oressigenico collaterale sull'assunzione di energia. Questi risultati suggeriscono che gli interventi clinici volti a indurre deficit energetici aumentando l'EE dovrebbero tenere conto di eventuali effetti collaterali oressigenici che potrebbero ridurre (o addirittura prevenire) l'entità della perdita di peso promuovendo l'eccesso di cibo.

Aggiornamento 3/4/2022

La vitamina D in alcune malattie endocrine. I suoi livelli sono spesso carenti per diversi motivi (alimentazione di scarsa qualità e poca esposizione al sole).
Nelle malattie autoimmuni della tiroide, come Hashimoto e Basedow. Nella prima è capace di ridurre gli anticorpi e il TSH modulando l'aggressività del sistema immunitario che nel lungo periodo distrugge la tiroide. Anche T3 e T4 (gli ormoni tiroidei) possono migliorare. Nella seconda riduce il rischio di esoftalmo e di alterazioni nella dimensione della tiroide ed è associata alla probabilità di remissione.
Anche nelle malattie metaboliche (obesità e diabete) si trova spesso bassa. Il suo ruolo è importante perché modula il calcio nelle cellule pancreatiche che rilasciano insulina. La sua carenza inoltre è associata con infiammazione che caratterizza queste condizioni.
Correggere la carenza può aiutare a sia a migliorare i parametri glicemici che quelli antropometrici.
Ricordarsi sempre di avere contemporaneamente anche corretti livelli di magnesio.

Aggiornamento 4/4/2022

Le persone obese, secondo un nuovo studio, riportano con errori simili a quelli dei normopeso la loro alimentazione, smentendo il mito secondo cui nascondano quello che mangiano.
Secondo gli autori dello studio è bene che queste persone si focalizzino sul cibo e non sulle calorie.
"Le persone obese vengono erroneamente etichettate in diversi modi", ha detto Sandercock, uno degli autori. "Ma […] etichettarli come bugiardi [] semplicemente non è utile. La vergogna non è un modo per far sì che le persone siano più sane. Dal punto di vista scientifico, cercare di incolpare un problema metodologico su un sottogruppo [] è irresponsabile".

Aggiornamento 14/4/2022

L'insulina basale determina le dinamiche del dimagrimento. L'insulina è l'ormone principalmente coinvolto nell'immagazzinamento dei grassi, ma ha una certa influenza anche sul consumo energetico e chi ha insulina alta ha maggiore rischio di recupero del peso.
"I partecipanti con una maggiore secrezione di insulina hanno perso meno peso come massa grassa, hanno perso più peso come massa magra e avevano una maggiore adiposità centrale rispetto a quelli con una minore secrezione di insulina. Allo stesso modo, i cambiamenti avversi della composizione corporea sono stati previsti da una maggiore resistenza all'insulina ai livelli basali. Questi risultati suggeriscono che le differenze nelle dinamiche dell'insulina possono influenzare la partizione del substrato metabolico e l'ossidazione dei grassi durante la restrizione energetica, con implicazioni per il successo a lungo termine del mantenimento della perdita di peso e della salute cronica.
L'eccessiva riduzione della massa magra durante la perdita di peso tende a diminuire il dispendio energetico, richiedendo una restrizione energetica sempre più severa per sostenere la perdita di peso in corso e un minore apporto energetico di mantenimento per prevenire il recupero del peso. Inoltre, la perdita di massa magra può stimolare meccanismi compensatori, incluso l'aumento della fame. Questi aspetti promuovono l'aumento di grasso corporeo".
La medicina di precisione ha quindi il compito di capire quali alimenti possono mantenere i livelli di insulina inferiori, solitamente proteine e alimenti con indice glicemico basso. Anche la dieta chetogenica può favorire un più favorevole utilizzo dei nutrienti massimizzando la lipolisi e salvaguardando il muscolo.

martedì 10 agosto 2021

Allergie alimentari: prevenire è meglio che curare


Siamo passati da "la permeabilità delle barriere non esiste" a "la protezione delle barriere è la pietra angolare della gestione della dermatite atopica (AD)". Così infatti si legge nelle nuove linee guida per la prevenzione e l'intervento delle malattie allergiche dell' EAACI.
Gli altri punti essenziali sono "la presenza di batteri commensali specifici per mantenere intatto il sistema immunitario della mucosa e la diversità della dieta materno-infantile, comprendente vitamine e minerali, e l'introduzione di alimenti allergenici opportunamente programmati per prevenire le allergie alimentari (FA).

http://www.quickmeme.com/meme/35kv7v



S. aureus è un batterio predominante nella pelle delle persone con dermatite atopica, è stimola l'infiammazione con diversi meccanismi. Il fungo Malassezia può favorire sia AD che dermatite seborroica.

Per indurre tolleranza agli allergeni, Un fattore nutrizionale fondamentale è la vitamina A, che modula il sistema immunitario.

"La crescente prevalenza di FA parallelamente ad altre malattie non trasmissibili può essere spiegata, in parte, da alterazioni nella composizione e nella funzione del microbioma commensale. Le pratiche di stile di vita del 21° secolo, tra cui un maggiore uso di antibiotici, diete a basso contenuto di fibre/ricche di grassi, ridotta esposizione a malattie infettive, parto cesareo e alimentazione artificiale, hanno impoverito collettivamente le popolazioni di batteri benefici per la salute. Oltre a cellule specifiche (Treg Foxp3+) indotte dall'antigene alimentare, è necessaria una risposta protettiva per la barriera intestinale indotta dai batteri per prevenire la sensibilizzazione allergica al cibo. La produzione di IL-22 indotta da clostridi da parte delle cellule linfoidi innate di tipo 3 (ILC3) è necessaria e sufficiente per ridurre la permeabilità epiteliale intestinale all'allergene alimentare".

I batteri buoni e la loro produzione di SCFA come il butirrato a partire dalle fibre sono dunque essenziali per prevenire le allergie.

Inoltre il microbiota regola la produzione di metaboliti del triptofano, degli acidi biliari e di neurotrasmettitori come il GABA (che blocca il prurito).

Ormai è assodato che ritardare l'introduzione dei cibi allergizzanti aumenta il rischio di allergie. Altri fattori di rischio sono gravidanza tardiva e difficoltà nella nutrizione del neonato.
Per quanto riguarda l'allattamento, non è chiaro se protegga dalle allergie, mentre è certo per l'AD. Questo ovviamente non è un invito a non allattare. La stessa cosa vale per i pattern dietetici in gravidanza (le uniche evidenze certe sono che frutta verdura e yogurt proteggano da AD, mentre oli vegetali e margarine aumentano il rischio). Diversificare la dieta è invece protettivo per asma, rinite, FA e AD. Beta-carotene, vitamina E, zinco, calcio, magnesio, rame e vitamina D sono associati a ridotto rischio di AD, mentre per le allergie rimangono dubbi. Gli antiossidanti riducono lo stress ossidativo ma non è chiaro se possano aiutare.

Gli omega 3 hanno chiari effetti immunomodulanti e tollerogenici, ma gli studi di intervento sono contradditori.

Per quanto riguarda i probiotici, sono particolarmente efficaci nel prevenire l'AD se somministrati in gravidanza e successivamente, mentre sono incerti gli effetti se dati solo al neonato

Aggiornamento 26/9/2021

Le allergie legate agli alimenti non mediate da Ig-E (o miste) sono prevalentemente reazioni gastrointestinali (malattie eosinofile in particolare esofagite, celiachia, enterocolite allergica indotta da proteine ​​alimentari (FPIES), enteropatia indotta da proteine ​​alimentari (FPE) e proctocolite indotta da proteine alimentari (FPIAP)) o dermatologiche (dermatite atopica) e spesso anche altri allergeni (inquinamento, irritanti, pollini ecc.) sono concausa.
Le diete di esclusione e quella a basso contenuto di istamina possono funzionare.
I fattori nutrizionali influenzano la tolleranza.
"Dopo che le fibre alimentari vengono metabolizzate, i derivati batterici, come gli acidi grassi a catena corta (SCFA) e l'acido retinoico (RA), influenzano lo sviluppo e la funzione delle cellule FoxP3+ Treg attraverso l'interazione con le cellule epiteliali intestinali e le cellule dendritiche tollerogeniche (DC) con Cellule T CD4+ naive. L'attivazione e l'espansione delle cellule Treg promuovono la produzione della citochina regolatrice immunitaria, IL-10, che favorisce il cambio di classe delle cellule B da IgG1 a IgG4. Le cellule B IgG4 allergene-specifiche producono anticorpi ad alta affinità per gli allergeni alimentari, prevenendo le interazioni dell'allergene con le IgE legate ai mastociti. I fattori derivanti dal microbiota, come i cataboliti triptofano-indolo, possono attivare direttamente le cellule linfoidi innate attraverso il recettore degli arili (AhR), e indurre la produzione di IL-22, una citochina che promuove rigenerazione dell'epitelio intestinale e integrità della barriera" (riducendo la permeabilità intestinale che è alla base di molte malattie).
Invece l'esposizione a batteri infiammatori attiva le citochine che richiamano gli eosinofili, producono le Ig-E e promuovono il rilascio di istamina, alla base delle reazioni allergiche.
"In condizioni normali, solo quantità minime di antigeni alimentari (Ag) possono attraversare le barriere della mucosa attraverso la via paracellulare, un processo tipicamente associato allo sviluppo della tolleranza immunitaria. L'esposizione ad Ag di durata o entità inappropriata può portare a malattie immuno-mediate in soggetti geneticamente suscettibili.
Gli allergeni degli acari "sono in grado di interrompere le giunzioni strette intercellulari (TJ) e aumentare il traffico di Ag attraverso i monostrati epiteliali bronchiali. Questa proprietà, e in generale la capacità di indurre funzioni effettrici epiteliali, è condivisa con altri allergeni, inclusi alcuni allergeni alimentari, e trigger meno specifici come detergenti e microplastiche".
Alterazioni della permeabilità delle diverse mucose o epiteli (derma ecc.) sono sempre presenti nelle allergie.
"Come ampiamente documentato in numerosi studi condotti negli ultimi 20 anni, la composizione e la diversità delle comunità microbiche che rivestono tutte le superfici corporee, denominate collettivamente microbiota, rappresentano una variabile importante e critica nella regolazione della competenza barriera e delle risposte adattative e innate".
Escludere alimenti in gravidanza può favorire sbilanciamenti nel microbiota del bambino e aumento degli anticorpi legati alle allergie, mentre l'uso di probiotici riduce il rischio.

"Le reazioni alimentari non allergiche sono state anche definite come "ipersensibilità alimentare non allergica". Negli ultimi anni il termine “intolleranza” è stato spesso abusato per definire un'ampia gamma di disturbi legati all'assunzione di cibi diversi. Molteplici e autorevoli segnalazioni, sia scientifiche che istituzionali, chiedono con insistenza di rivedere la terminologia per collocare il complesso mosaico di questi disturbi nella più corretta definizione clinica di “reazioni avverse al cibo non immunologiche”.
L'esistenza e la prevalenza delle ipersensibilità tra cui glutine, istamina e glutammato, è tuttora dibattuto. L'assenza di test affidabili è un altro problema.
Le sensibilità a istamina, additivi e salicilati sono indipendenti dall'ospite. Quelle al lattosio, glutine (o grano) e FODMAP sono invece dipendenti dall'ospite.
Le linee guida NICE sull'intestino irritabile consigliano una dieta varia con esclusione degli alimenti trigger, e in secondo luogo la dieta FODMAP

Aggiornamento 24/10/2021

Solito ottimo articolo di Selfhacked.com sui probiotici

I probiotici riducono l'infiammazione sia in persone sane che in caso di malattie come IBD e fatica cronica
Modulano favorevolmente il sistema immunitario delle persone con asma e riducono i sintomi nella rinite allergica; migliorano anche la tolleranza verso gli antigeni alimentari
Riducono il rischio di dermatite atopica, soprattutto in gravidanza, e in alcuni bambini migliorano la malattia
Riducono l'incidenza della mucosite orale e intestinale

Le evidenze sono inferiori invece per malattie autoimmuni, infiammazioni polmonari, celiachia e artriti

L'articolo di Medscape invece evidenzia i buoni risultati in malattie psichiatriche, con o senza uso dei farmaci, ma avverte che sono necessari ulteriori studi.
Le persone con problemi mentali infatti hanno spesso un microbiota alterato e una condizione infiammatoria.
I probiotici possono ridurre depressione, stress e ansia, migliorare disturbo bipolare e schizofrenia, ma gli studi spesso non sono stati condotti correttamente quindi vi è necessità di ulteriori accertamenti.

Aggiornamento 10/11/2021

L' EAACI (società europea di allergologia) ha rilasciato una posizione ufficiale sul rapporto tra batteri e allergia.
L'abuso di antibiotici in gravidanza e infanzia è associato con alterazione del microbiota intestinale e polmonare e aumentato rischio di allergie. Tuttavia a parte la dermatite atopica e il M. pneumoniae nell'asma severo non vi sono chiare associazioni tra specie batteriche e malattie allergiche. Gli antibiotici non sono appropriati per l'asma mentre lo possono essere probiotici e prebiotici.
Il loro uso in allergie alimentari, dermatite atopica e rinite, insieme ad HMO (prebiotico del latte materno) ha dato discreti risultati ma non definitivi.
Vale comunque sempre la pena di considerare l'alimentazione come primo modulatore del microbiota.

Aggiornamento 17/11/2021

Il latte materno può "educare" il sistema immunitario del bambino, e la dieta ha un ruolo importante.
"Il microbiota dell'intestino fornisce la stimolazione immunitaria più critica al neonato, favorendo un sistema immunitario ben addestrato e le corrette regolazioni metaboliche nei soggetti sani. Al contrario, diete ricche in grassi e zuccheri hanno effetti profondi sulla composizione del latte materno e alterano i profili immunitari nel neonato. In questa nuova fase, i neonati hanno un sistema immunitario vulnerabile, che favorisce la suscettibilità alla colonizzazione intestinale microbica e ad una risposta immunitaria alterate".
Un'alimentazione sbilanciata nella mamma fa produrre un latte che contiene citochine infiammatorie in eccesso. Le donne sovrappeso spesso hanno un eccesso di grassi non sani e altre molecole che favoriscono un profilo infiammatorio nel lattante.
Il latte materno contiene sia cellule immunitarie che rimangono negli anni successivi sia anticorpi che educano il sistema del neonato.
Questi "trasferimenti" sono importanti perché favoriscono la nascita della tolleranza immunitaria, che se manca favorisce allergie o malattie autoimmuni. Vengono inoltre trasferiti i batteri, per cui è essenziale che una mamma abbia un buon microbiota.

Aggiornamento 24/1/2022

Una dieta sana in gravidanza, ricca di verdure, frutta, cereali integrali, yogurt e povera di carni processate e cibo industriale riduce il rischio di malattie allergiche (quali asma, rinite, dermatite atopica, allergie alimentari) tra il 15 e il 23%.

Aggiornamento 29/4/2022

I bambini con allergie hanno un microbiota particolare con una aumento di una specie, Ruminococcus gnavus, che ha proprietà infiammatorie e modula negativamente il sistema immunitario riducendo la tolleranza. Inoltre sono ridotte specie come B. longum e in generale le specie che degradano la fibra e producono metaboliti benefici che incrementano la tolleranza.
I batteri infiammatori invece producono LPS che inducono rinosinusite.
"La vita rurale, il parto vaginale, il possesso di animali domestici, il consumo di un'ampia varietà di alimenti, il basso uso di antibiotici e il microbiota del latte materno possono ridurre il rischio nei bambini di sviluppare un'allergia respiratoria o alimentare.
Si suggerisce che la produzione di molecole pro-infiammatorie e la ridotta capacità di catabolizzare i polisaccaridi complessi possano essere associate all'aumentata infiammazione tipica delle condizioni allergiche. Questi risultati supportano l'importanza del microbiota intestinale nell'insorgenza di malattie allergiche e possono aprire nuovi spunti nello sviluppo di strategie preventive e terapeutiche innovative basate sulla manipolazione del microbioma".